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Inchieste
a cura di Marco Residori

Università


2008-11-12

Le onde, si sa, ci mettono degli anni a farsi grandi, ma, solamente, dei secondi ad esplodere ed a provocare quanti più disagi possibile. Il meccanismo che porta a questi tipi di onde, però, non è naturale ma costruito, artificiosamente, dagli uomini in un arco di tempo ampio. Gli uomini chiamati in causa sono i politici, l' arco di tempo, più o meno gli ultimi quindici anni. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l' ultima Legge Finanziaria, il motore che ha portato a questo i dati che, in sordina, gli studenti hanno fatto propri sulla condizione attuale dell' università pubblica italiana.
Quattro le voci sotto le quali è utile esprimere questa disastrosa situazione. Primo: i soldi. I dati dicono che la spesa italiana per l' università è scesa dal 2000 al 2005 dallo 0,80 al 0,75% del Pil, il che,  sommato ad un non adeguamento degli stanziamenti per il Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) all' inflazione ed agli scarsissimi investimenti privati negli Atenei, finisce per condurre ben sotto la media OCSE del 1,4% del Pil, senza contare, ancor, i tagli, di prossima attuazione, rientranti nell' ordine del miliardo e mezzo di euro. Secondo punto: i conti. Nella media, il Fondo pubblico pesa per il 62% delle entrate, le tasse degli studenti per il 12, i finanziamenti privati per l' 8,2. Lo Stato, da qualche anno, ha posto una regola: impossibilità di eccedere il tetto del 90% del Ffo per le spese del personale. Con l' attuazione dei tagli previsti e della regola del turn-over, così come prestabilita, questo significherà andare a pagare, con i fondi destinati alla ricerca, cosa che già sta avvenendo a Siena, gli stipendi del personale, poiché il non ricambio faciliterà, a causa delle anzianità maturate, compensi più alti che non potranno, assolutamente, essere coperti da un Ffo sempre più magro. Terzo punto: gli Atenei. Contro l' accusa della volontà di mantenimento dell' ordine baronale, più e più volte insinuata dalla destra università, basta richiamare un semplice dato. Al cospetto della proliferazione, tra il 2000 ed oggi, degli Atenei (da 70 a 95), del numero di corsi (da 2.444 a 5.591), degli insegnamenti (da 116mila a 171mila) e delle facoltà (da 474 a 616), un' unica cifra è rimasta ferma: la spesa per i servizi, mense, case, trasporti, borse di studio, immobile al 7,5% del totale. Come a dire, i tagli agli atenei poco virtuosi vanno bene ma devono essere, però, accompagnati da una ridistribuzione dei soldi risparmiati al fine di garantire dei servizi più idonei. Quarto ed ultimo punto: il corpo universitario. Questo è composto da circa 23mila ricercatori, 18.921 associati e 19.864 ordinari, i cosiddetti "baroni". Se, almeno con i numeri,si direbbe che l' università la fanno i ricercatori, con gli stipendi sembra tutto il contrario. Infatti, per ogni euro incassato da un ordinario, l' associato incassa 68cent e il ricercatore 47. Dato che si aggrava maggiormente se si guardano le promozioni e le nuove assunzioni tra il '99 e il 2007: ordinari, ossia promozioni, crescita del 51%, ricercatori, ossia nuove assunzioni, crescita del 23%. Nel solo 2008 su 2.200 posti messi in palio solo 348 sono andati a ricercatori.
Il monito Ue, ad uno degli ultimi incontri in cui veniva pianificato il ruolo che l' Unione voleva svolgere nell' ambito della divisione internazionale del lavoro, era "Se pensate che l' istruzione costi troppo, provate l' ignoranza". Noi, italiani, abbiamo deciso di seguire questa seconda strada. Siamo qui. Ignoranti e presenti.