Sei in: Homepage >CLANDESTINITA' Reato dello stato
Inchieste
a cura di Marco Residori

CLANDESTINITA' Reato dello stato


2008-11-03

"Me dicen el clandestino por no llevar papel". Così canta Manu Chao in uno dei suoi pezzi più famosi, dove denuncia la piaga di chi, per cercare lavoro, e quindi sostentamento, cambia città nella speranza di trovar fortuna. La traduzione italiana di questo pensiero ha bisogno, però, di un' integrazione. Qui, infatti, direbbe un clandestino "Mi dicono clandestino perché non ho documento, ma non per colpa mia ma per colpa dello Stato che mi sta ospitando". Questo dicono, anche, i dati di un' indagine del dipartimento immigrazione della Cgil.
E' questa, infatti, la realtà di chi, arrivando nel nostro Paese richiede le pratiche per il permesso di soggiorno. Contando che il permesso, a causa della legge Bossi-Fini, non dura più 4 anni, bensì solo uno o, al massimo, due, e contando che le pratiche per ottenerlo richiedono, a causa del malfunzionamento della burocrazia amministrativa, anch'esse 2 anni, è facile constatare chi crea la clandestinità. La legge dice, in controtendenza alla pratica, che i tempi di rilascio sono di 20 giorni dalla consegna dei moduli all' ufficio postale per la convocazione in questura e, altri, 20 giorni per il ritiro del documento in prefettura. In totale 40 giorni, cosa ben diversa dai 730 giorni, realmente, utili. Le conseguenze sono dirette: permessi scaduti prima di essere rilasciati, se ne stimano 22 mila a settimana, enormi ritardi burocratici, soltanto 300 mila domande di rinnovo su 1 milione e 600 mila hanno, sinora, ricevuto il permesso di soggiorno.

Oltre al fattore temporale, esiste anche, ed in modo prevalente, il fattore economico. Partendo dalle conseguenze meno rilevanti, ossia i costi per le pratiche, 14,62 euro di marca da bollo, 27,50 di versamento al ministero del Tesoro e 30 euro alle Poste per l' invio della busta assicurata, (incasso totale di Poste e Stato 115 milioni 392 mila euro) si riscontrano, poi, danni maggiormente influenti. Due su tutti: perdita della casa e perdita del lavoro.
La prima colpisce quanti, nel periodo senza permesso di soggiorno, devono rinnovare il contratto d'affitto vedendosi costretti o, appunto, a dover lasciare la casa o a pagare un prezzo più elevato come indennizzo di rischio che i proprietari applicano alle, recenti, norme del pacchetto sicurezza (confisca dell' immobile e reclusione da sei mesi a tre anni a chi affitta la casa ad un immigrato irregolare).
La seconda, ancor più grave, riguarda, sempre, chi in attesa del rilascio/rinnovo del permesso di soggiorno si vede licenziato o sospeso dal datore di lavoro intimidito dalle norme del decreto sicurezza che punisce, per favoreggiamento dell' immigrazione clandestina, gli imprenditori che assumono i clandestini.
Si potrebbe, quindi, utilizzare la dicitura "investimenti a fondo perduto", in quanto chi compila le pratiche non fa altre che ingrassare le tasche statali, visto che poi sono, come si è visto, solo pochissime le domande accolte.

Un più nascosto ed infido esito è, però, quello che interessa chi sfrutta l' immigrazione. Un esempio lo troviamo a Milano, dove un presunto avvocato, neanche iscritto negli elenchi dell' Ordine, ed una giovane praticante, sostenente la sua iscrizione al Foro di Lodi, chiedevano, ad ogni clandestino interessato, 500 euro alla compilazione dei moduli e, altri, 500 euro alla consegna dei tagliandi, allegando alla documentazione contratti inesistenti, "regolarizzando", così, irregolarmente, soltanto nel 2008, 150 stranieri e, così, totalizzando, soltanto nel 2008, 150 mila euro in contanti.
E' facile, ora, capire perché i numeri dei rimpatri, a contrario di quanti si sostiene, non siano aumentati sotto il pugno di ferro di questo governo. C'è ancora tanto da spremere dalla clandestinità.