

2008-10-20
Osservando i dati di una recente ricerca dell' Istituto Iard sui giovani e la cultura, presentati davanti agli Stati generali dell' editoria, non si può che, per un lato, rimanere sgomenti e, per l' altro, diventare coscienti. Coscienti di un problema che investe i giovani come termine ultimo ma che, in modo trasversale, implica tutte le realtà, istituzionali e non, della nostra società: l' istruzione. Sul banco degli imputati siede, come colpevole supremo, lo Stato. Questo, secondo i dati, investe nella Pubblica Istruzione attorno al 4,5 %, mentre in Danimarca la spesa si attesta attorno all' 8,3, in Svezia al 7,0, in Francia al 5,7 e in Gran Bretagna al 5,5 %, in un contesto in cui i parametri e le ricerche rivelano che ogni 100 euro spesi in più per studente la percentuale di studenti in difficoltà diminuisce dello 0,3%. Se questo non potesse essere considerato un paragone equo, molto più significativo è il raffronto, sulla spesa per l' Università, con un paese che per cultura e tradizione più ci assomiglia. Si può vedere, infatti, come l' Italia abbia, tra il 2001 e il 2005, tagliato le risorse da 7.300 a 6.800 euro, al contrario lo Spagna abbia, nello stesso periodo di riferimento, aumento i propri finanziamenti, passando da 6.600 a 8.500 euro investiti.
Secondo imputato davanti alla corte dell' Ignoranza pubblica è la famiglia. Qui si verifica, purtroppo, una sorta di determinismo familiare per il quale sono ancora le risorse culturali ed educative dei genitori a favorire o inibire l'abitudine al consumo e ad indirizzare verso percorsi culturali più complessi, sia direttamente, attraverso la disponibilità di risorse materiali, ma soprattutto indirettamente, attraverso la trasmissione dell'abitudine a consumare prodotti culturali e del gusto per la cultura. C'è, però, un' attenuante. E' ancora lo Stato che, in situazioni particolari (e ce ne sono molte), raramente interviene o, se lo fa, lo fa tagliando e non incentivando la crescita culturale in quelle situazioni particolari che, in ogni luogo del Paese, esistono. I risultati ce li riporta, ancora una volta, la ricerca. Il 26,4% dei quindicenni dimostra, non andando oltre il cosiddetto Livello 2, difficoltà nella comprensione di testi, uno dei quattro punti, fissati dalla Ue, per analizzare la situazione culturale di uno Stato. In Spagna e Portogallo i giovani coinvolti dal problema sono il 25,5 % circa, mentre in Irlanda, Danimarca, Olanda e Svezia il dato va dal 12 al 16 %. Se ciò non bastasse altri molteplici parametri potrebbero, facilmente, dimostrare lo stato delle cose, anche in prospettiva europea. L' Italia è, infatti, il paese più vecchio, l'unico che ha ridotto gli investimenti in istruzione, quello che ha una delle più basse quote di laureati, quello con una spesa familiare per attività culturali tra le più basse e con un popolo che legge meno libri.
Le, quantomeno, affrettate dichiarazioni, "Non capisco perché protestino", rilasciate dalla Ministro dell' Istruzione Gelmini, in seguito alla vibrante protesta di questi giorni in seno ai luoghi dell'istruzione (dalla scuola primaria alle università), si commentano, così, da sole.