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Inchieste
a cura di Marco Residori

Università e lavoro...

2008-06-30

Università e lavoro, fratelli coltelli

La riforma universitaria a cui tutti gli atenei italiani dovranno adeguarsi entro il 2009 è riassumibile in due punti ma suscita almeno il doppio delle perplessità. Dopo aver trasformato la maggior parte dei corsi di laurea in lauree brevi (3+2), il sistema pubblico si è accorto che così facendo non si otteneva altro che incentivare gli atenei, sempre pronti da buoni italiani ad approfittarne, ad aumentare il numero di corsi di laurea per aumentare gli studenti iscritti e, di conseguenza, i finanziamenti corrisposti. Si è giunti, quindi, ad avere corsi quali "Scienze equine" e "Fitness" che, seppur degni del più meritevole rispetto, ci si domanda come facciano ad andare avanti visto lo scarso numero di iscritti. Corsi di laurea, come quelli appena citati, hanno poi la caratteristica di avere un'infinità di esami all'anno con medie di crediti, per esame, bassissime, o quantomeno in linea con la media nazionale, anch'essa bassissima (il 40% degli insegnamenti non da più di quattro crediti). In più si servono di docenti importati da qualsiasi altra facoltà o corso di laurea, in quanto i fondi a disposizione, visto il numero degli iscritti, sono insufficienti. E' qui, però, che entra in campo la nuova riforma. Essa, infatti, prevede un numero di esami non superiore a 20 per la triennale e non superiore a 12 per la specialistica; aggiunge, inoltre, che, per formare un corso di laurea, sono necessari almeno quattro professori con cattedra fissa. I risultati saranno presto sotto gli occhi di tutti.
Per ora l'unica cosa rilevabile è l'inversamente proporzionale crescita dei corsi di laurea (2.336 pre-riforma - 3.264 post-riforma) rispetto alla popolazione laureata, rimasta immobile al 10%. Questo dato porta alla luce anche un problema connesso tra uscita dalla carriera accademica ed entrata nel mondo del lavoro. Infatti, seppur la percentuale di laureati è molto bassa, il mercato del lavoro non riesce ad allocarla, generando, così, il fenomeno dell' overeducation, cioè una percentuale di laureati (30%) che ricopre un posto di lavoro per il quale la laurea non è requisito necessario. Questo trend è confermato anche dai dati che riguardano il numero di dottori impiegati nel mercato del lavoro, dove solo Messico e Turchia fanno peggio dell'Italia.
Ulteriore problema, non collegato all'attuale riforma ma a quella precedente (quella del 3+2) ed alla particolare relazione che sempre intercorre tra università e lavoro, è quello del numero di laureati con laurea triennale che, una volta terminata questa, cerca di immettersi nel mercato del lavoro, riuscendo,solo in percentuale minima, a trovare una posizione lavorativa soddisfacente, ritornando, quindi, nelle aule universitarie o per frequentare i due anni della specialistica o per frequentare i master annuali ricercando una specializzazione professionale.
Una vecchia massima britannica diceva: "no representation without job" (nessun diritto di voto senza lavoro). Questo indicava che l'unico modo di risolvere il problema della disoccupazione era togliere il diritto di voto ai disoccupati, in modo da far interessare i politici ai loro problemi e, pur di accaparrarsi voti, conceder ad ognuno di loro un'occupazione. Vuole forse questo il sistema pubblico italiano? Dobbiamo sottrarre ai nostri giovani il diritto di voto per fargli ottenere una decente carriera universitaria ed una posizione lavorativa a questa corrispondente?

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